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Insaf: “L’Italia è la mia mamma adottiva ma non mi vuole riconoscere”

Oggi per la rubrica cittadini di “serie B” abbiamo scelto di raccontarvi la storia di Insaf Dimassi, una giovane ragazza di origini tunisine, arrivata in Italia a soli nove mesi. E’ cresciuta qui, ha studiato in questo Paese ed è appassionata di politica. Cos’ha in comune con tutti gli altri ragazzi di cui abbiamo parlato finora? Anche lei è bloccata nel calvario burocratico della cittadinanza italiana.

Una vita come quella di tante altre. Prima il liceo scientifico, ora l’università dove studia Scienze politiche e Relazioni Internazionali. E una fortissima passione per la politica. “Ho iniziato a fare attività politica nel mio piccolo paesino all’età di 16 anni“, racconta. Presto, poi ha allargato i suoi orizzonti “soprattutto per quel che riguarda il diritto di cittadinanza alle seconde generazioni”, un tema che, appunto, conosce molto bene. “Sentirti una cosa e non vederti riconosciuto per quello che sei può crearti dei veri squilibri interni, identitaria, psicologici. E’ frustrante: tu ti senti una cosa e la gente non ti vede per quello che sei. La cittadinanza non è solamente un pezzo di carta. E’ fondamentale sentirsi dire dal tuo Paese, da quell’Istituzione che ti ha cresciuta “anche tu sei mia figlia”. Forse l’Italia non è la mia mamma biologica, ma è la mia mamma adottiva. E io non mi sento riconosciuta dalla mia mamma“.

Con questa splendida similitudine, Insaf riesce a cogliere perfettamente il punto della questione: la cittadinanza è il riconoscimento da parte di uno Stato nei confronti dei suoi cittadini, di coloro che fanno parte della sua società, dei suoi costumi. “Se facessi domanda adesso dovrei aspettare 4 anni perchè la mia domanda venga analizzata, visto che con il decreto sicurezza li hanno raddoppiati rendendoli, di fatto, almeno cinque o sei. Succederà che io faccio la richiesta, ci mettono sei anni ad analizzarla e poi magari non me l’accettano. L’alternativa? Sposare un italiano, cosa che al momento non mi interessa. Ma poi sposarsi per la cittadinanza? E’ pazzia”, sottolinea Insaf a Tv2000.

“Le mie sorelle hanno la cittadinanza perché quando mio papà, circa quattro anni fa, ottenne la cittadinanza italiana, io ero maggiorenne da venti giorni. Secondo la legge attuale, se un cittadino immigrato ottiene la cittadinanza la può trasmettere solamente ai figli minorenni. Dopo di che i miei genitori si sono separati, il reddito del nucleo familiare si è abbassato e quindi io non potevo nemmeno più fare la richiesta poiché il reddito non era sufficiente. Ho il requisito dei 10 anni consecutivi di residenza, la mia fedina penale è immacolata, ma non ho il reddito minimo“. Per richiedere la cittadinanza italiana, infatti, è necessario avere un reddito minimo di 8.263,61€ all’anno per tutti i tre anni precedenti l’anno nel quale fa richiesta di cittadinanza italiana.

Dico sempre che la scuola è stato il mio strumento di emancipazione. Sin da piccola i miei genitori mi hanno detto: “Se tu non vuoi che la gente ti veda come l’immigrata tunisina, devi studiare”. Quindi io l’ho fatto: sono sempre stata una delle migliori della classe, mi sono impegnata nell’attivismo scolastico, sono stata rappresentate d’Istituto al quinto anno. Ho vissuto la scuola come un luogo di partecipazione studentesca e di crescita personale: il mio rapporto con la scuola è stato molto appassionato. Tra l’altro con la scuola ho capito cos’avrei voluto fare nella mia vita”.

Oltre a tutto questo, Insaf è anche una mediatrice linguistica culturale: “Lavoro nel centro Sprar vulnerabili. Seguo principalmente ragazzi che nel viaggio dalla Libia all’Italia hanno avuto episodi traumatici di violenza, stupri, traumi. Come mediatrice, traduco dall’arabo all’italiano, dal francese all’italiano e aiuto nella mediazione della vita quotidiana. Il mio compito però non è solo tradurre, ma permettere anche la comprensione culturale”. Questo lavoro, che le riconosce come un dono naturale dovuto alle sue esperienze, si trasporta anche nelle sue ambizioni.

Sogno di diventare un’ambasciatrice per la difesa dei diritti umani all’Onu. Vorrei quindi una carriera diplomatica, nell’ambito internazionale. Tengo all’Italia. Per questo Paese, che è il mio, mi spendo da quando ho 16 anni. Quando parlo di diritti, però, ho una visione più globale: si tratta di diritti di tutti, senza nessuna discriminazione. Se i diritti umani vengono violati in un Paese di cui non si conosce nulla, è come se venissero violati anche in Italia o al nostro vicino di casa. Penso che i diritti siano la cosa più universale che ci possa essere, e il nostro dovere dovrebbe essere quello di spenderci nei confronti dei diritti di tutti“.

“Penso che la legge attuale sia sbagliata per quel che riguarda le seconde generazioni. Non è possibile che oggi i criteri fondamentali per riconoscere la cittadinanza siano o il sangue, o il reddito. Lo trovo completamente sbagliato: credo che gli illuministi del ‘700 si rivoltino nella tomba quando si dice che oggi sei considerato italiano per il sangue che ti circola in corpo. E’ una concezione arcaica. Come la questione del reddito. A un ragazzo che nasce o cresce in Italia, quindi arriva da molto piccolo, non gli si può chiedere di produrre reddito per essere riconosciuto come cittadino italiano.

Un ragazzo, come me, studia, fa attività sociali, ha le proprie passioni. Non pensa a produrre reddito. Per quel che riguarda gli adulti, invece, sono d’accordo sul chiedere che queste persona non gravi sull’economia italiana ma che al contrario dia un contributo. La differenziazione, però, ci deve essere. Quando sento che le persone non vanno a votare “perchè tanto non serve”, mi infurio. Io non posso votare, e ogni volta mi sento male per questo. Molti italiani non sono consapevoli di cosa voglia dire non avere la cittadinanza”, conclude con un tono di rammarico.

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